.
Annunci online

Diario On-Line di Loris Marchesini

24 marzo 2010
Sono orgoglioso di essere stato iscritto al PCI

Alcuni giorni fa mons. Ernesto Vecchi, vescovo ausiliare di Bologna, per commemorare il rapimento di Moro (32 anni fa, ma quel giorno ci fu anche la strage della sua scorta) ha usato parole molto forti ed avventate, certamente tutte sue e non certo discendenti dal suo magistero di vescovo, verso il PCI ed i comunisti:

"Non vergognatevi di essere stati democristiani. C'è da vergognarsi piuttosto di aver fatto parte del Partito comunista"
 

Ha poi ricordato il tentativo di Moro del compromesso storico, di unione delle forze della DC e del PCI. Che secondo lui è andato male. 

Io, come cattolico praticante della diocesi di Bologna, come attivista e dirigente di base del PCI dall'inizio degli anni '70, come promotore dell'Ulivo e del PD ad Anzola gli rispondo nello stesso giusto modo che ha fatto il mio segretario provinciale, Andrea De Maria:

"SONO ORGOGLIOSO DI ESSERE STATO ISCRITTO AL PCI"

L'invito evangelico di Gesù Cristo: "non vergognatevi di essere cristiani" nelle parole di mons. Vecchi non solo è diventato "non vergognatevi di essere stati democristiani", ma si è "arricchito" dell'epiteto "c'è da vergognarsi di essere stati comunisti". 

E Moro e Berlinguer hanno invece cominciato a tracciare il solco, il sentiero su cui è nato il progetto dell'Ulivo e del PD, che ha dentro di sè molta più vicinanza al messaggio cristiano di quello di questo centro-destra.

Ovviamente altro discorso è l'analisi di cosa sia stato il comunismo al potere negli Stati dell'Europa dell'Est, in Cina, etc.. Altro discorso ancora è l'analisi delle luci e delle ombre delle idee e delle azioni del PCI, della DC e degli altri partiti italiani.

Ma l'invito alla vergogna per chi ha militato nel PCI, per chi è stato iscritto a questo partito è rimandato al mittente. Che dovrebbe avere a cuore di unire il suo popolo invece di dividerlo. Un errore che certamente non ha mai fatto un grande vescovo bolognese (Card. Lercaro) ed un grande sacerdote come don Giulio Salmi. Neanche il Card. Biffi, a cui non difettano certo polemica e chiarezza, è mai arrivato a queste parole offensive e, soprattutto, smentite dalla storia. Anche dalla storia che mons. Vecchi conosce benissimo, quella di Bologna e di Borgo Panigale, fatta di solidarietà fra comunisti e non, di collaborazione fra PCI e parrocchie.

Poi sarebbe necessario ricordare, a proposito del rapimento di Aldo Moro da parte delle BR, qual'è stato il ruolo del PCI. Che ha messo la difesa dello Stato democratico e l'unità delle forze politiche sopra a tutto, pagando in modo significativo questa posizione con la perdita di consensi.

Trovo poi assolutamente fuori luogo, contrarie alla comprensione ed alla solidarietà politica (anche cristiana) le opinioni di Angelo Rambaldi e Paolo Giuliani sui giornali stamattina. Invece di reagire alle gravi parole di mons. Vecchi (prima di tutto perchè cattolici ed ex-democristiani), si accaniscono contro il PD di Bologna e De Maria nel momento in cui questi sono attaccati in modo ingiusto.

Un'altra persona che la pensa come me, ma che ha motivato le sue idee certamente meglio con una lettera aperta a mons. Vecchi pubblicata oggi su "La Repubblica" di Bologna: 
 
http://bologna.repubblica.it/cronaca/2010/03/19/news/monsignor_vecchi_io_non_mi_vergogno_una_lettrice_sull_attacco_agli_ex_pci-2757477/


19 settembre 2008
Socialismo e Libertà: Saragat aveva ragione, il PCI torto
Oggi, 19 settembre, è il 110° anniversario della nascita di Giuseppe Saragat, altro grande sardo, nato a Torino nel 1898. E quest'anno ricorrono i 20 anni dalla morte (1988).
Il ricordo fatto in Senato in giugno e sulla rivista "ItalianiEuropei" hanno riproposto questo protagonista del socialismo democratico e liberale del '900 italiano all'attenzione del dibattito storico e politico. Ma non sarà mai abbastanza.

Perchè Saragat non è stato solo sottovalutato, ma è stato considerato per un lungo periodo un venduto ai capitalisti, un traditore del socialismo. Quando ero ragazzino (e lui era Presidente della Repubblica, dal 1964 al 1971) nel PCI si diceva "saragattiano" di uno che tradiva la classe operaia ed il socialismo.
Ed invece la storia, come è giusto, fa poi venire a galla ciò che è vero e ciò che è giusto. E Saragat ha avuto spesso ragione, mentre spesso il PCI aveva torto sul carattere del socialismo e sulla libertà. Già i DS avevano assunto una identità di socialismo liberale, ora ancora di più, assieme ad altre culture politiche, nel PD sono presenti questi ideali politici.
Bene, anche se poi si fa finta di essere sempre stati così, non si riconosce che 60 anni fa (ma anche prima) c'era chi aveva ragione (Saragat, assieme a Turati, ai fratelli Rosselli, ad Ernesto Rossi, etc..) e c'è stato chi ha avuto, su questo, torto (il PCI, ma anche parti del PSI per un lungo periodo).

Ecco cosa scriveva il giovane Saragat nel 1925 (in esilio in Francia):
"
La libertà è la premessa indispensabile di qualsiasi lotta politica e civile. La libertà è l'atmosfera nella quale le altre idee vivono e in relazione alla loro vitalità isteriliscono o si sviluppano. È l'atmosfera nella quale si vincono le battaglie dello spirito moderno".

E nel 1940, in un articolo sul "Il Nuovo Avanti. Le Nouvel Avanti" (6 gennaio):
"
Compiti e doveri dei partiti socialisti. Se la democrazia rappresenta nel conflitto attuale la causa della civiltà, ciò si deve ai valori universali ed umani di cui è l’espressione al di là delle sue limitazioni capitalistiche. Certo il capitalismo costituisce una formidabile ipoteca gravante sulla realtà democratica, ma nonostante questa ipoteca la democrazia afferma di fronte alla dittatura la potenza del suo contenuto umano e per ciò stesso rivela il suo assoluto primato storico. Compito supremo del socialismo è pertanto la difesa della democrazia dalla violenza totalitaria e la sua liberazione dalle limitazioni capitalistiche che la imprigionano.(…) In questo senso la nostra solidarietà attuale con la democrazia nella lotta contro gli Stati totalitari trova la sua naturale barriera precisamente in ciò che costituisce per essa un freno e un ostacolo a questa lotta, ossia il suo carattere capitalistico. Appunto perché il socialismo ha la consapevolezza dell’immenso pericolo che l’aggressione totalitaria fa correre alla civiltà, esso si schiera con tutte le forze che in questa lotta convergono, ma lungi dall’adeguare ad esse la propria azione le subordina ai suoi fini universali: di libertà e di giustizia sociale. Questi fini mentre si valorizzano per il contributo concreto che il socialismo saprà dare alla lotta in corso, si definiscono attraverso la sempre più chiara consapevolezza delle classi lavoratrici di fronte alla loro missione storica. Soltanto in un regime di libertà i lavoratori troveranno la soluzione ai loro problemi. Lottare per la libertà quindi è lottare per il Socialismo, ossia per l’emancipazione totale dell’uomo."


Saragat con Moro (dall archivio virtuale della sala Stampa del Comune di Venezia)
23 ottobre 2007
Mario Mazzoni - Una vita esemplare
Riporto di seguito il link al testo on-line che riproduce la storia di Mario Mazzoni che ho cercato di ricostruire:

http://lorismarchesini.eu/doc/Mario_Mazzoni.pdf


Dalla premessa:

"Preparando l’inaugurazione della nuova sede comunale dei Democratici di Sinistra di Anzola  dell’Emilia (che abbiamo voluto sulla nuova Piazza Grimandi, dopo decenni di ospitalità al primo piano della Casa del Popolo), ci è sembrato naturale ricordare uno dei primi caduti anzolesi del ventennio, che è stato anche un protagonista dell’antifascismo nel nostro Comune: Mario Mazzoni, morto dopo essere stato torturato dalla polizia fascista il 21 novembre 1930.
A Mario Mazzoni è dedicata da tempo l’Unità di Base DS di Anzola-Capoluogo, circa 900 iscritti, la più grande della Federazione bolognese. Questo ricordo è importante anche perché la vita del giovane Mario Mazzoni è stata davvero esemplare. Nelle pagine che seguono questo si potrà capire meglio; basti comunque riflettere sul fatto che Mazzoni, nonostante il grande tributo di vite, coraggio, generosità, sacrifici che il popolo anzolese ha dato alla lotta antifascista ed alla Resistenza, come nessun altro ha riassunto in sé qualità straordinarie in un giovane che proveniva da una povera famiglia, anche se piena di dignità: intelligente, instancabile, difensore dei suoi compagni di lavoro, organizzatore dei giovani comunisti in tempi di dittatura fascista, capace di direzione politica, coraggioso nel sacrificio, anche dopo essere stato minato nel fisico dal carcere
duro. Giovani come Mazzoni hanno reso possibile la Resistenza, la Liberazione e l’orgoglio di chi era rimasto nella costruzione della democrazia italiana e di un forte Partito Comunista con tratti originali e democratici come quello italiano.
Recentemente è mancato un cittadino anzolese ex capo-partigiano, stimato da tutti: Augusto Monteventi; egli divenne vice-comandante di un gruppo armato autonomo (SAP) proprio intitolato a “Mario Mazzoni”, come un’ideale staffetta tra il primo antifascismo e la Resistenza (commissario politico era Nerio Cocchi, anch’egli anzolese). Il ricordo di Mazzoni è inoltre opportuno, a 100 anni dalla sua nascita (sarà nel 2004), anche come riflessione offerta a tutti coloro che hanno a cuore le sorti della democrazia, della giustizia e della libertà in Italia: infatti, se grazie a Mazzoni ed a tanti altri è stato possibile un Novecento con enormi progressi, pur con grandi e lunghe tragedie, ora spetta a noi (ed in particolare ai giovani), cittadini del XXI secolo, capire il nostro ruolo, scegliere i nostri ideali e valori, impegnarci perché questo nuovo secolo possa conoscere un’umanità migliore, con più giustizia, con l’assunzione della responsabilità della pace.
D’altra parte dobbiamo saper difendere, anche con la memoria, i valori ideali e morali affermati con la lotta antifascista, la Resistenza, la guerra di Liberazione dal nazifascismo. Niente è conquistato per sempre, come ci ha ricordato recentemente Maria Cervi, la nipote di Alcide Cervi, dopo il bellissimo spettacolo dei ragazzi delle medie di Anzola, il 10 dicembre 2002.
Lo scrittore e germanista Claudio Magris scriveva sul Corriere della Sera il 20 novembre 2002: “C’è nel clima politico-culturale sempre più dominante, un’aggressiva negazione dei valori della democrazia e della Resistenza che forse ci costringe a ridiventare ciò che speravamo e credevamo di non venire più costretti ad essere, ossia intransigenti antifascisti”."





sfoglia febbraio        agosto