Cosa significa ovviamente per me… Ho scritto
congresso, sapendo che formalmente si chiamerà
convenzione. Che in italiano non suona proprio come la “Democratic National Convention”.
Quella dei democrats americani di Denver 2008, che incoronò Obama
come candidato alla Presidenza degli USA, fu spettacolare anche perché
fu non solo un appuntamento importante interno al partito democratico,
ma fu anche un evento che riguardò tutta la città di Denver. Quindi il
segno di un partito proiettato all’esterno, verso il popolo, verso gli
americani per includerli e farli protagonisti del loro futuro.
Ecco, quindi, per me, il primo punto da tener presente per riuscire
a “non tornare indietro”, ma per far avanzare il progetto del PD: tutte
le discussioni congressuali del PD da ora alla fine di ottobre
(primarie) siano indirizzate non a guardarsi l’ombelico, ad
auto-referenziarsi, a dividersi in tante squadre/correnti/conventicole
inconcludenti, ma a decidere cosa fare di concreto per il futuro
dell’Italia e a scegliere il gruppo dirigente per attuare questa linea
politico-programmatica. In modo democratico, ma anche coinvolgendo la
società civile, gli elettori, i cittadini. Che la fase congressuale
diventi una fase di chiamata del PD verso tutta la società italiana.
Con iniziative collaterali alle discussioni congressuali interne, dai
piccoli Comuni alle grandi città.
Perché questo? Perché ogni giorno le famiglie italiane, i giovani
precari, gli artigiani, i lavoratori di aziende in crisi, gli
imprenditori, gli insegnanti, etc.. si chiedono se la politica sarà
ancora capace di fare qualcosa per risolvere la crisi economica, per
eliminare le mafie, l’evasione fiscale, assicurare più servizi. Il loro
primo pensiero non è chi sarà il segretario del PD, non è se questo
proviene dagli ex-DS o dagli ex-Margherita. Perché un partito è come un
cacciavite, una scopa, serve ad uno scopo specifico, far partecipare
democraticamente la gente a risolvere insieme i problemi. Se non serve
a questo, prima o poi viene buttato via e dimenticato.
La seconda considerazione a cui tengo molto è relativa al
rinnovamento, al ricambio del gruppo dirigente del PD, proprio in
funzione sempre di far avanzare il progetto. In questi giorni su questo
tema si stanno esercitando in molti. E con troppa enfasi, addirittura
nei 10 giorni precedenti il ballottaggio, quando ogni energia doveva
essere spesa, da parte dei dirigenti PD più importanti e riconosciuti,
a girare l’Italia per conquistare nuovi voti e motivare gli elettori al
voto per gli amministratori del centrosinistra. In questi giorni si
intreccia il dibattito sui candidati alla segreteria nazionale con
quello sulle scelte dei nuovi assessori provinciali e comunali e dei
prossimi segretari provinciali e regionali del PD. Senza rendersi conto
che questo è un parlarsi addosso, con una completa afasia invece verso
le aspettative della nostra gente e degli elettori che forse si stanno
stancando di Berlusconi e cominciano a guardare verso di noi. Cosa
c’entra questo con il rinnovamento ? E non è solo una questione di età,
di generazione, pur importante.
No, la questione è più grave, noto una incapacità di ascoltare il
“silenzio” di coloro che avrebbero grandi speranze in questo progetto,
ma continuano ad assistere agli stessi meccanismi di cooptazione e di
scambiarsi i ruoli all’interno di un gruppo dirigente che vive, anche
economicamente, solo della professione politica. Che, una volta
terminate le elezioni, automaticamente, come avviene da decenni, ha
bisogno di trovare un posto per poter continuare a svolgere quella
professione. Professione nobile, faticosa, a volte ingenerosa, che non
sarò certo io a svalutare. Ma che nella buona politica non è prevista a
tempo indeterminato (peraltro sia che si vinca, sia che si perda).
Quindi invito a considerare il rinnovamento anche come cambiamento
di questi meccanismi, ad avere attenzione, per i ruoli dirigenti anche
provinciali e regionali, a persone che hanno tutt’altra professione e
che sacrificano alla politica il tempo libero e che, spesso, dimostrano
capacità politiche (come strategia e come innovazione amministrativa)
pari o superiori a coloro che ormai vedono sé stessi come inseparabili
dall’impiego di funzionario politico. E non è detto che per ricoprire
questi ruoli occorra essere a tempo pieno. Come non è detto che occorra
sempre cercare queste persone nella grande città ma possono esserci
anche nei piccoli o medi Comuni della provincia. In questi ultimi 30
anni la società è molto cambiata, non siamo alla necessità di ricevere
una linea politica degli anni ’50 e ’60. Oggi vi sono parti di società,
cittadine e cittadini molto preparati e che sperano nella politica. Ma
la politica quasi sempre li lascia ai margini. Come se fossero dei
dilettanti che rischiano di rovinare il giocattolo. Ma il giocattolo è
già usurato. E qualche scelta innovativa in questo senso non potrà che
fare bene al PD, al suo progetto per l’Italia. E farà bene anche al PD
di Bologna che è da tanto tempo sottovalutato e pochissimo
rappresentato nel gruppo dirigente nazionale. Le vittorie di Delbono a
Bologna e quelle in quasi tutti i Comuni della provincia (merito dei
gruppi dirigenti “dilettanti” di questi Comuni) dovrebbero aiutare e
non ostacolare a fare questi cambiamenti. Se l’obiettivo è costruire
davvero il nuovo PD e proporre una nuova frontiera per il nostro Paese.